reati degli apicaliAll’interno del D.Lgs. 231/2001 sono stati previsti due differenti regimi di attribuzione della responsabilità agli enti collettivi, a seconda che il (presunto) reato sia commesso da un soggetto apicale o subordinato.

Il Legislatore ha infatti previsto una diversa gradazione dell’onere probatorio in capo all’ente a seconda della “qualità” degli autori materiali, partendo dalla presunzione che, nel caso di reato “commesso da un vertice” (reati degli apicali), il requisito “soggettivo” di responsabilità dell’ente sia ex se soddisfatto, “dal momento che il vertice esprime e rappresenta la politica dell’ente; ove ciò non accada, dovrà essere la societas a dimostrare la sua estraneità, provando la sussistenza di una serie di requisiti tra loro concorrenti.

Sovrapponendo il dettato dell’art. 6 con quello dell’art. 7, emerge che il Modello ex art. 7 ha un numero decisamente inferiore di requisiti postulati dalla legge: in quest’ultima norma, infatti, è richiesto esclusivamente che il Modello preveda, «in relazione alla natura e alla dimensione dell’organizzazione, nonché al tipo di attività svolta, misure idonee a garantire lo svolgimento dell’attività nel rispetto della legge e a scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio». Spetta al P.M. provare che questo non è avvenuto. Il meccanismo della responsabilità degli apicali, al contrario, si completa con l’onere per l’ente di dimostrare che il comportamento integrante il reato sia stato posto in essere dall’apicale attraverso l’elusione fraudolenta dei Modelli di Organizzazione e Gestione. Nella redazione del Modello l’Ente dovrà pertanto tenere conto di questa fondamentale distinzione soggettiva.

di Francesco Ardito e Giuseppe Catalano

Fonte: riproduzione autorizzata www.rivista231.it

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