Introduzione

La Corte di Cassazione ha recentemente confermato quanto asserito in una precedente pronuncia: il presidente del consiglio di amministrazione di una società di capitali non può essere considerato un lavoratore dipendente della stessa società. Il principio è applicabile anche all’amministratore unico della società. Questo tema ha suscitato diverse discussioni, soprattutto in relazione alla deducibilità dei compensi e agli effetti fiscali per la società.

In questo articolo analizzeremo il motivo di questa incompatibilità, le differenze con altre figure amministrative e le conseguenze pratiche per le aziende.

L’incompatibilità tra presidente del CdA e lavoro dipendente

Secondo la recente ordinanza del 2025 della Corte di Cassazione, il ruolo di presidente del CdA non è compatibile con quello di lavoratore subordinato della stessa società. La motivazione principale risiede nel fatto che il presidente del CdA detiene poteri di rappresentanza, direzione, controllo e disciplina, rendendo impossibile l’esistenza di una subordinazione gerarchica all’interno della società.

La subordinazione è un elemento chiave del rapporto di lavoro dipendente: il lavoratore deve essere soggetto al potere direttivo e disciplinare di un superiore. Tuttavia, il presidente del CdA rappresenta la società e ne esprime la volontà, quindi non può essere allo stesso tempo sottoposto a un controllo gerarchico all’interno della medesima organizzazione.

Andrebbe invece considerato il fatto che comunque l’operato del presidente del CdA è soggetto alla ratifica ed è egli stesso subordinato al Consiglio di Amministrazione che ben può rappresentare il “datore di lavoro” del presidente. Per questo motivo la discussione su questo tema non si chiude certamente con questa pronuncia e il dibattito tra gli esperti continua.

La questione della deducibilità dei compensi

Un aspetto rilevante di questa sentenza riguarda la deducibilità dei compensi erogati al presidente del CdA. Poiché il rapporto di lavoro subordinato non può esistere, le retribuzioni corrisposte al presidente non possono essere dedotte come costo del personale, con un impatto significativo sulla fiscalità della società.

La Cassazione ha chiarito che il compenso per il presidente del CdA può essere dedotto solo se qualificato come compenso per l’attività amministrativa e non come stipendio da dipendente. Tuttavia, se la retribuzione non è stata previamente deliberata dall’assemblea, il rischio è che il costo venga comunque disconosciuto ai fini fiscali, aumentando l’imponibile della società.

Differenze con altre figure amministrative

L’ordinanza non riguarda solo il presidente del CdA, ma estende la riflessione anche agli amministratori delegati e agli altri membri del consiglio di amministrazione. La Cassazione ha infatti evidenziato che, mentre il presidente del CdA e l’amministratore unico non possono in alcun modo essere considerati dipendenti della società, il discorso è leggermente diverso per gli amministratori delegati.

Per gli amministratori delegati, la compatibilità con un rapporto di lavoro dipendente dipende da due fattori fondamentali:

  • La prova concreta della subordinazione, che deve essere dimostrata attraverso l’esistenza di un effettivo potere direttivo e disciplinare esercitato da altri organi della società.
  • Lo svolgimento di mansioni effettivamente diverse da quelle proprie della carica di amministratore.

Senza questi elementi, anche il compenso di un amministratore delegato potrebbe essere considerato indeducibile ai fini fiscali.

Implicazioni pratiche per le imprese

L’affermazione della Cassazione ha importanti conseguenze per le società di capitali che devono gestire la remunerazione dei propri amministratori. In particolare:

  • Il compenso del presidente del CdA deve essere trattato esclusivamente come compenso amministrativo e non come stipendio da lavoro dipendente.
  • Se la retribuzione non è deliberata in modo formale dall’assemblea, si rischia una doppia imposizione: il presidente viene tassato sul reddito percepito, mentre la società non può dedurre il costo.
  • Per gli amministratori delegati, la verifica della subordinazione diventa cruciale per evitare il rischio di una contestazione fiscale.

Conclusioni e consulenza

Questa sentenza conferma una linea interpretativa rigorosa della Cassazione sulla compatibilità tra funzioni di vertice e lavoro dipendente nelle società di capitali. Le aziende devono prestare particolare attenzione nella gestione dei compensi e nella corretta qualificazione delle posizioni amministrative. Se vuoi comprendere come questa sentenza debba essere considerata nella pratica operativa della tua impresa è fondamentale non fermarsi alla lettura nè della sentenza e neanche di questo articolo; accedi ad una consulenza direttamente su www.legalefiscale.it/prenota-ora/.