Luca ha trentadue anni, è dipendente in un’azienda di logistica e da due anni coltiva un’idea: vendere online accessori per il ciclismo urbano, prima con qualche prodotto in casa e poi in dropshipping. A settembre ha un fornitore in vista, una bozza di negozio su Shopify e un foglio con i prezzi. Quello che non ha è una risposta alla domanda che si porta dietro da mesi: devo aprire la partita IVA adesso, o posso prima vedere se qualcuno compra? Con questa domanda è arrivato in studio per una consulenza fiscale ecommerce. La risposta stava in una domanda diversa.
Cosa succede quando si vende online senza partita IVA?
Il fatto che ha rotto l’equilibrio è banale: a fine agosto un conoscente che vende su Etsy da mesi “come privato” gli ha detto di aver ricevuto dalla piattaforma una comunicazione sui dati trasmessi all’Agenzia delle Entrate. Fino a quel giorno Luca era convinto che si potesse partire e regolarizzarsi dopo. Da quel giorno ha smesso di esserne convinto.
Prima di chiamare aveva fatto quello che fanno tutti: i gruppi Facebook sul dropshipping, dove la regola più citata era “fino a 5.000 euro non serve la partita IVA”; un video che spiegava che la vendita occasionale è ammessa e uno che diceva il contrario; un amico con un’attività di famiglia che consigliava di “aspettare a vedere se gira”. Tre fonti, tre risposte, nessun criterio per scegliere.
La domanda giusta: quando inizia davvero l’attività?
In consulenza non siamo partiti da “quanto puoi vendere senza partita IVA”, ma da un’altra domanda: hai già comprato qualcosa per rivenderlo? Non ancora, ha risposto Luca; ha però un fornitore con cui sta trattando e a cui ha già chiesto di spedire direttamente ai futuri clienti. Questa risposta ha spostato il problema da dove lui lo vedeva a dove stava davvero.
La partita IVA va richiesta entro trenta giorni dall’inizio dell’attività (art. 35 D.P.R. 633/1972), e l’inizio non coincide con la prima vendita: coincide con il primo atto con cui l’impresa prende forma. Comprare merce destinata alla rivendita, o accordarsi con un fornitore perché spedisca per conto nostro, è già inizio dell’attività. Il negozio online in linea è il termine ultimo, oltre il quale non c’è più margine; il momento rilevante può arrivare prima. Finché Luca studia il progetto e aspetta i campioni, nessun obbligo. Quando firma con il fornitore o compra il primo lotto, i trenta giorni partono, che abbia venduto o no.
La vendita occasionale è una strada percorribile per un e-commerce?
L’ordinamento ammette la vendita occasionale di beni senza partita IVA: i proventi sono redditi diversi (art. 67, comma 1, lett. i, TUIR) e manca la soggettività IVA perché manca l’abitualità (art. 4 D.P.R. 633/1972). È una possibilità pensata di fatto per chi vende oggetti propri, ma nessuna norma la esclude espressamente per beni nuovi acquistati come privato, e su questa base c’è chi vende per mesi su Shopify o su Etsy presentandosi come privato o artigiano.
Il criterio che separa l’occasionale dall’impresa, però, non è l’importo. La soglia dei 5.000 euro riguarda i contributi INPS sul lavoro autonomo occasionale, non la vendita di beni: per il commercio non esiste alcuna franchigia. Contano abitualità e organizzazione: chi compra per rivendere e si organizza per farlo con continuità svolge un’attività commerciale, e lo stesso vale per chi ha un fornitore che spedisce ai suoi clienti. Spetta all’Agenzia dimostrarlo, con elementi strutturali (contratti con fornitori, acquisti di merce, negozio strutturato, pubblicità) e soprattutto con la numerosità delle vendite: decine di ordini in poche settimane non sono occasionali. E dal 2023 le piattaforme comunicano ogni anno all’Agenzia i venditori che superano trenta operazioni o 2.000 euro di incassi (D.Lgs. 32/2023, direttiva DAC7). [VERIFICA: confermare la citazione DAC7 come soglia di comunicazione, non di rilevanza fiscale]
La tesi dell’occasionalità resta quindi difendibile per chi vende poche cose, in modo sporadico e senza organizzazione, anche oltre quelle soglie; diventa insostenibile per chi ha fatto mesi di e-commerce prima di regolarizzarsi. Per Luca, con fornitore e negozio pronti, non era una strada.
Quanto costa aprire la partita IVA in regime forfettario?
Luca rientra nel forfettario e nel primo quinquennio applica l’imposta sostitutiva al 5% (art. 1, commi 64 e 65, L. 190/2014) sul reddito calcolato con il coefficiente del 40% dei ricavi previsto per il commercio al dettaglio, entro il limite di 85.000 euro. Con 45.000 euro di ricavi, il reddito è 18.000 euro e l’imposta 900 euro.
La voce che sorprende quasi sempre non è l’imposta ma la contribuzione. La Gestione Commercianti INPS prevede un contributo fisso annuo, dovuto anche a fatturato zero, calcolato sul reddito minimale (oggi intorno ai 18.000-19.000 euro). Con la riduzione del 35% per i forfettari (art. 1, comma 77, L. 190/2014) si aggira sui 3.000 euro annui in quattro rate; sull’eccedenza oltre il minimale si applica circa il 16%. La riduzione va richiesta con una domanda telematica separata: senza, si paga per intero. Ecco perché non ha senso aprire quando il progetto non è pronto: ogni mese di partita IVA aperta vale circa 250 euro di INPS, comunque vada.
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Voce |
Quando |
Quanto (esempio 45.000 € di ricavi) |
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Contributi INPS fissi (ridotti 35%) |
16 maggio, 20 agosto, 16 novembre, 16 febbraio |
circa 750 € a rata |
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Imposta sostitutiva 5% – saldo |
30 giugno dell’anno successivo |
900 € |
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Acconti anno in corso |
30 giugno e 30 novembre dell’anno successivo |
450 € + 450 € |
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INPS sul reddito oltre il minimale |
con le scadenze delle imposte |
circa 16% dell’eccedenza |
Quali adempimenti servono e in che ordine?
Cinque pratiche, da avviare quando il progetto è pronto a vendere: la dichiarazione di inizio attività all’Agenzia delle Entrate, con il codice ATECO (che dalla classificazione 2025 dipende dal prodotto venduto e non è più unico per il commercio online) e l’opzione per il forfettario; la SCIA per il commercio elettronico al Comune tramite il SUAP, da presentare prima della prima vendita, senza tempi di attesa; la Comunicazione Unica alla Camera di Commercio, con cui viaggia anche l’iscrizione all’INPS Gestione Commercianti; la domanda separata di riduzione del 35%. I tempi di lavorazione, di norma, stanno entro 7 giorni lavorativi. Non abbiamo promesso un risultato: gli abbiamo detto quali adempimenti lo riguardano, in che ordine, e quali scadenze partono da ciascuno.
Cosa è cambiato nel modo di lavorare di Luca?
Luca non ha aperto la partita IVA il giorno dopo. Ha messo in fila le condizioni che devono essere vere prima: i campioni del fornitore visionati, perché dall’estero con spedizioni lente arrivano dopo tre o quattro settimane; una prima strategia per raggiungere i clienti, con una risposta almeno abbozzata a “dove sono e come li trovo”; una data di apertura scelta, non subita, con il calendario dei versamenti davanti. Ha smesso di pensare alla partita IVA come a un interruttore da accendere il più tardi possibile e ha iniziato a trattarla come una data del suo piano, con costi fissi che partono da lì e che le vendite devono coprire.
In sintesi
- La partita IVA va richiesta entro 30 giorni dall’inizio dell’attività, che coincide con il primo atto organizzativo (acquisto di merce per la rivendita, accordo con il fornitore), non con la prima vendita. Il negozio online in linea è il termine ultimo.
- La SCIA per il commercio elettronico va presentata al Comune prima della prima vendita.
- La vendita occasionale non ha soglie di importo: si giudica su abitualità e organizzazione. Chi compra per rivendere non è occasionale.
- Le piattaforme comunicano all’Agenzia i venditori oltre 30 operazioni o 2.000 euro annui (DAC7).
- Forfettario start-up: imposta 5% sul 40% dei ricavi; INPS fissi circa 3.000 euro annui con riduzione del 35%, da richiedere a parte, dovuti anche a fatturato zero.
Domande frequenti
Posso vendere qualche pezzo su Etsy o Vinted per testare il mercato prima di aprire la partita IVA?
Se vendi oggetti tuoi, usati, in modo sporadico, sì. Se acquisti prodotti per rivenderli, anche pochi, l’attività è già iniziata. La differenza non la fa il numero di pezzi ma il motivo per cui li possiedi.
Nel dropshipping non ho magazzino: devo comunque aprire la partita IVA prima di vendere?
Sì. L’accordo con il fornitore che spedisce ai tuoi clienti è già un’organizzazione finalizzata alla vendita; l’assenza di magazzino non rileva.
Se apro la partita IVA a gennaio, quando pago la prima imposta?
Nel primo anno non sono dovuti acconti. Il primo versamento è il saldo al 30 giugno dell’anno successivo, insieme al primo acconto dell’anno in corso. I contributi INPS fissi partono invece subito, con la prima rata a maggio.
Il caso è raccontato in forma anonima: nome, settore e dettagli sono modificati.
Prima di aprire, parliamone
Se stai per lanciare un e-commerce e non sai se il momento è adesso o tra tre mesi, una consulenza fiscale ecommerce serve a questo: capire quando parte il tuo obbligo e cosa comporta, prima che parta. Puoi prenotarla dalla pagina commercialista specializzato in e-commerce.
E se tra un anno ti troverai di nuovo a chiederti quali scadenze ti riguardano e quali no, forse il problema non sarà la pratica, ma il fatto che nessuno la sta seguendo insieme a te.