La mail arriva un martedì mattina. Undici domande numerate: che codice attività scegliere, se può stare nel forfettario, quanto dovrà versare all’INPS, se serve la Camera di Commercio, come incassare, come fatturare, quanto costa tutto. In fondo due condizioni: per ora non aprire niente, e rispondere solo per iscritto. La firma è di Davide, 42 anni, sviluppatore, mai avuta una partita IVA. Non ci scrive dopo un problema: ci scrive prima. Per una consulenza fiscale e-commerce è il momento giusto per arrivare, ed è anche quello più difficile da esaurire in una mail.

Perché Davide ha scritto a cinque studi prima di aprire la partita IVA?

Davide fa lo sviluppatore e da due anni, nei fine settimana, costruisce una piattaforma. Funziona così: i negozi di arredamento ed elettrodomestici di una città media dell’Emilia vendono ai loro clienti come hanno sempre fatto; quando c’è da montare o installare qualcosa a casa, la piattaforma trova un tecnico indipendente della zona. Davide non vende niente, non ha dipendenti né magazzino e non va a casa di nessuno: guadagna con un abbonamento mensile pagato dai negozi e una piccola percentuale su ogni intervento.

Tutto si ferma a marzo, davanti a un modulo. Per far pagare i clienti online deve iscriversi a un servizio di incassi, che gli chiede la partita IVA e una cosa a cui non sa rispondere: quei soldi li incassi per te o per conto di qualcun altro? Ci aveva provato da solo — forum, gruppi di chi ha lanciato progetti simili, una documentazione chiarissima su come si spostano i soldi e muta su come si tassano in Italia — e alla domanda “che codice attività metto” aveva raccolto tre risposte diverse. Allora ha fatto la cosa più sensata: ha messo per iscritto tutto quello che non sapeva. Undici domande sono una buona mappa; erano però in fila, come se ognuna avesse una risposta per conto suo.

Qual è la domanda che viene prima delle altre undici?

La prima cosa che gli abbiamo scritto non era una risposta. Era un’altra domanda: quando il cliente paga il montaggio, quei soldi entrano a nome di chi?

Sembra un dettaglio e invece decide tutto. Se la parte destinata al tecnico passa dal conto di Davide e viene considerata sua, il suo fatturato è l’intero giro di denaro; se la sta solo girando, il suo fatturato sono gli abbonamenti e le percentuali. E dal fatturato dipende il resto: che tipo di attività è, quale codice mettere, se può stare nel forfettario e per quanto, quanto verserà all’INPS, quali documenti dovrà fare.

Le undici domande non avevano undici risposte: avevano una radice sola. È il motivo per cui non abbiamo risposto punto per punto: una risposta secca, data senza leggere i contratti e senza vedere come girano i soldi, sarebbe stata giusta per un’altra persona.

Che differenza fa incassare per sé o per conto di altri?

Il punto non è come il servizio di pagamento divide gli importi: quella divisione è comoda per tenere i conti, ma da sola non decide niente. A decidere sono i contratti, cioè chi si impegna a fare che cosa e verso chi.

La regola in breve. Se la piattaforma si presenta al cliente come quella che vende il servizio — anche se poi lo fa eseguire a un altro — per il Fisco lo compra e lo rivende lei, e quindi entra tutto nel suo giro d’affari (art. 3, comma 3, D.P.R. 633/1972). Se invece incassa dichiaratamente per conto del negozio o del tecnico, quei soldi non sono suoi e restano fuori dal fatturato, ma solo se ogni documento lo dice chiaramente (art. 15, comma 1, n. 3, D.P.R. 633/1972). È l’ultima parte quella che conta: senza documenti coerenti, la buona intenzione non basta.

Se la piattaforma incassa per sé

Se incassa per conto di negozi e tecnici

Quanto fattura

Tutto il denaro che passa, compresa la parte del tecnico

Solo gli abbonamenti e le sue percentuali

Chi fa la fattura al cliente

La piattaforma, per l’intero servizio

Chi esegue materialmente il lavoro

Il documento del tecnico

È intestato alla piattaforma, che lo mette a costo

È intestato a chi gli ha commissionato il lavoro

Effetto sul limite del forfettario

Conta tutto il giro di denaro

Conta solo il guadagno della piattaforma

Quale delle due colonne descriva un caso concreto non lo decide un articolo: lo decidono le condizioni d’uso del sito, i contratti con tecnici e negozi e i documenti emessi davvero.

INPS, Camera di Commercio, permessi: perché non c’è una risposta uguale per tutti?

La domanda a cui Davide teneva di più è quella che fanno quasi tutti: se il primo anno non guadagno niente, quanto devo pagare lo stesso?

La risposta c’è, ma arriva dopo: prima si capisce che tipo di attività è. Chi fa incontrare chi offre e chi cerca viene di solito considerato un’impresa commerciale (art. 2195, n. 5, c.c.): in quel caso ci si iscrive al Registro delle Imprese, quindi alla Camera di Commercio, e all’INPS nella gestione dei commercianti, dove una quota di contributi si paga anche a incassi zero, perché calcolata su un reddito minimo fissato per legge (art. 1, comma 203, L. 662/1996).

C’è un’altra strada, la gestione separata (art. 2, comma 26, L. 335/1995), dove si versa solo una percentuale su quanto si è guadagnato davvero: non è però un’alternativa che si sceglie, è la conseguenza di un tipo di attività diverso. Chi sta nel forfettario ed è iscritto come commerciante può poi chiedere di pagare il 35% in meno di contributi (art. 1, comma 77, L. 190/2014).

Sui permessi il ragionamento è lo stesso al contrario: chi non esegue il lavoro non ha bisogno delle abilitazioni di chi lo esegue, che restano al tecnico che entra in casa (per gli impianti, il D.M. 37/2008). [VERIFICA] Nelle undici domande mancava invece un obbligo: chi gestisce una piattaforma che mette in contatto le persone deve raccogliere i dati di chi ci guadagna sopra e comunicarli al Fisco (regola europea DAC7, in Italia D.Lgs. 32/2023). Raccoglierli dal primo giorno costa poco, recuperarli dopo un anno molto di più.

Come si è proceduto, e in che ordine?

  1. Leggere i tre contratti: quello con i negozi, quello con i tecnici e le condizioni d’uso del sito.
  2. Stabilire, testo alla mano, chi commissiona il lavoro al tecnico: il cliente, il negozio o la piattaforma.
  3. Solo dopo: che tipo di attività è, quale codice ATECO 2025 le corrisponde, se ci sono i requisiti per il forfettario (art. 1, comma 54, L. 190/2014) e quale percentuale di guadagno il Fisco attribuisce a quel codice.
  4. INPS e Camera di Commercio vengono da sé: non si scelgono, si ricavano dai punti precedenti.
  5. Alla fine, e solo alla fine, la configurazione degli incassi e il calendario delle scadenze del primo anno.

Fra la prima mail e l’apertura sono passate circa due settimane. Nessuno di questi passaggi promette un risultato: servono a delimitare il campo. Davide non ha saputo quanto avrebbe pagato; ha saputo da che cosa dipende, e quando.

Che cosa è cambiato nella gestione di tutti i giorni?

Oggi il contratto con i tecnici dice nero su bianco a nome di chi la piattaforma incassa, e le fatture seguono quella riga. La differenza vera è nel momento in cui ci sentiamo: prima di aggiungere una nuova percentuale o un secondo modo di incassare, ne parliamo prima e non dopo. La stessa piattaforma, con contratti scritti in modo diverso, può avere un fatturato molto diverso — e quindi tasse e contributi diversi.

In sintesi

  • Se la piattaforma si presenta come quella che vende il servizio, per il Fisco lo vende davvero: entra tutto nel fatturato (art. 3, comma 3, D.P.R. 633/1972).
  • I soldi incassati per conto di altri restano fuori dal fatturato solo se i documenti lo dicono chiaramente (art. 15, comma 1, n. 3, D.P.R. 633/1972).
  • Nel forfettario le tasse si calcolano su una percentuale degli incassi: più soldi entrano come propri, più ci si avvicina al limite (art. 1, commi 54 e 64, L. 190/2014).
  • L’INPS non si sceglie: gestione commercianti, con quota fissa anche a incassi zero (art. 1, c. 203, L. 662/1996), o gestione separata, solo in percentuale sul guadagno (art. 2, c. 26, L. 335/1995).
  • Chi gestisce una piattaforma comunica al Fisco i dati di chi ci guadagna sopra (regola DAC7, in Italia D.Lgs. 32/2023).

Domande frequenti

I soldi che giro ai tecnici sono mio fatturato?

Solo se la piattaforma si presenta come quella che vende il servizio. Se incassa dichiaratamente per conto loro restano fuori, ma serve che ogni documento lo confermi (art. 15, comma 1, n. 3, D.P.R. 633/1972): è una verifica sulle carte, non una dichiarazione di intenti.

Una piattaforma che non vende prodotti deve iscriversi alla Camera di Commercio?

Dipende da come viene inquadrata. Chi fa incontrare domanda e offerta è di solito un’impresa commerciale (art. 2195, n. 5, c.c.): in quel caso l’iscrizione è dovuta, con il diritto annuale che comporta.

Posso partire con il regime forfettario?

Non è escluso in partenza: dipende dai requisiti dell’art. 1, comma 54, L. 190/2014 e dal codice attività. Il punto delicato viene prima: quanto di ciò che passa dal conto è davvero guadagno tuo.

Ha senso chiedere una valutazione scritta prima di aprire?

Sì, ed è una richiesta sempre più frequente in una consulenza fiscale sulle vendite online. Una valutazione completa richiede però di leggere i contratti e vedere come girano i soldi: a distanza si dà il metodo e la lista delle cose da decidere, non la conclusione.

Il caso è raccontato in forma anonima: nome, settore e dettagli sono modificati.

Prima di aprire, mettere in ordine il campo

Se stai costruendo una piattaforma o un e-commerce e ti ritrovi con la stessa lista di domande di Davide, il punto da cui partire sono i contratti e il giro dei pagamenti, insieme a un commercialista e-commerce. Prenota qui una consulenza fiscale e-commerce.

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