L’applicazione della normativa antiriciclaggio impone oggi, per noi commercialisti, una mole di responsabilità che spesso va oltre quanto ci si aspetta. Mi chiamo Angelo Martello, sono un dottore commercialista e, come molti colleghi, sto assistendo all’evoluzione del nostro ruolo professionale, sempre più orientato verso una funzione di controllo e monitoraggio che non può prescindere dalla conoscenza profonda del contesto normativo, dall’uso di strumenti adeguati e da un impegno costante a individuare possibili anomalie. Non siamo più soltanto consulenti fiscali, bensì sentinelle che vigilano sull’operatività economica dei clienti, un ruolo delicato che trasforma l’approccio tradizionale alla consulenza.
La normativa antiriciclaggio richiede a noi commercialisti di segnalare operazioni sospette di riciclaggio e finanziamento del terrorismo attraverso l’applicazione di indicatori di anomalia elaborati dalla UIF (Unità di Informazione Finanziaria). Ogni cliente viene quindi “profilato” con attenzione, poiché il decreto legislativo 231/2007, aggiornato nel 2023, ha introdotto ben 34 indicatori, ciascuno dei quali declinato in ulteriori sub-indici. Per comprendere il peso di questo obbligo, immaginate quanto complesso e meticoloso debba essere il nostro lavoro quotidiano: per ogni operazione sospetta dobbiamo valutare se i comportamenti del cliente rispondano a uno o più di questi indicatori e, qualora la nostra analisi indichi rischi elevati, segnalare il tutto alla UIF. Tuttavia, è cruciale capire che la semplice presenza di un indicatore non è sufficiente per avviare una segnalazione: siamo chiamati a interpretare il contesto e l’intenzione dietro ogni transazione, con uno sforzo investigativo che richiede grande esperienza e conoscenza specifica.
Questi obblighi si applicano in maniera particolarmente incisiva per i clienti che operano nei settori a maggiore rischio, come l’edilizia, l’e-commerce, le piattaforme fintech e le attività transfrontaliere. Gli stessi schemi fiscali complessi o transazioni che coinvolgono giurisdizioni fiscali privilegiate, ritenute a rischio, sono oggi sotto stretta sorveglianza, e sta a noi discernere le intenzioni dietro flussi finanziari che potrebbero celare finalità illecite. Questi sono contesti in cui il rischio di incorrere in errori o di trascurare elementi importanti è elevato, e l’onere della prova, in caso di verifiche da parte delle autorità, grava interamente su di noi.
Il Provvedimento UIF del 12 maggio 2023 complica ulteriormente la questione, poiché non si limita a elencare i comportamenti considerati sospetti, ma richiede anche un’attività di autoanalisi da parte del commercialista. Siamo obbligati a mantenere aggiornato un sistema di controllo interno e a stabilire protocolli per garantire che ogni nuova informazione sul cliente venga documentata, valutata e, se necessario, approfondita. La nostra attività professionale è quindi sottoposta a una vigilanza continua, che implica uno sforzo organizzativo e mentale considerevole. Ogni colloquio, ogni analisi finanziaria, ogni verifica dei documenti deve essere trattata come una potenziale fonte di rischio, il che porta un carico di stress notevole e richiede una preparazione tecnica che va oltre le nostre tradizionali competenze.
Ma non è solo la gestione delle segnalazioni a rappresentare una sfida. Anche i rischi legali per i commercialisti sono aumentati drasticamente. Non segnalare un’operazione sospetta può comportare sanzioni pesanti, oltre a compromettere la nostra reputazione. Paradossalmente, anche segnalare in maniera errata o eccessiva può avere delle ripercussioni. Esiste, infatti, un delicato equilibrio da mantenere: segnalare ogni piccola anomalia senza un’adeguata analisi preventiva rischia di saturare il sistema di controllo con casi insignificanti, perdendo di vista le operazioni effettivamente pericolose. Questo sottile confine tra un approccio proattivo e un eccesso di zelo è difficile da gestire e ci costringe a un continuo sforzo per ottimizzare la nostra pratica e minimizzare l’errore.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l’applicazione della normativa richiede l’utilizzo di strumenti tecnologici avanzati, con costi che sono spesso completamente a carico dello studio. Investire in software di monitoraggio, archiviazione sicura dei dati e protezione delle informazioni finanziarie del cliente è diventato imprescindibile, ma rappresenta un peso finanziario non indifferente, specialmente per i piccoli studi. Senza questi strumenti, non solo risulta più complicato adempiere ai nostri doveri, ma si riduce drasticamente l’efficacia del monitoraggio, aumentando esponenzialmente i rischi.
A ciò si aggiunge il rischio di tensioni con i clienti stessi. Da un lato, siamo tenuti a svolgere un ruolo quasi investigativo, che può far sentire il cliente sotto osservazione, minando il rapporto di fiducia che costituisce la base della nostra attività. Dall’altro, l’esigenza di trasparenza e di raccolta informazioni può essere percepita come un’intrusione e, in alcuni casi, porta addirittura alla perdita di clienti che preferiscono rivolgersi a professionisti meno attenti a questi aspetti. È fondamentale, quindi, sviluppare una comunicazione efficace, per spiegare ai clienti la necessità di questi controlli e convincerli che il rispetto della normativa rappresenta un vantaggio per loro, proteggendoli da rischi legali e di immagine.
Infine, sul piano personale, questa trasformazione professionale implica che noi commercialisti dobbiamo impegnarci in una formazione continua per essere sempre aggiornati su indicatori di rischio, strategie di compliance e nuove metodologie di controllo. Ogni aggiornamento normativo richiede un’attenta comprensione delle modifiche e delle loro applicazioni pratiche, il che comporta un investimento di tempo considerevole. Le associazioni professionali offrono, in parte, supporto in tal senso, ma rimane a carico del singolo professionista l’onere di aggiornarsi e implementare le nuove normative nel proprio studio.
In sintesi, l’antiriciclaggio ha cambiato il modo di fare consulenza fiscale e societaria. Da un lato, questa normativa ci offre la possibilità di distinguerci come professionisti attenti e competenti; dall’altro, ci espone a responsabilità crescenti, sia legali che economiche. Essere commercialista oggi significa non solo offrire un servizio tecnico di qualità, ma anche interpretare il ruolo di garante della legalità, un compito che richiede impegno, competenze specifiche e una capacità di adattamento costante.
Angelo Martello
Dottore Commercialista