Mario ha 38 anni, è un infermiere professionista e lavora da diversi anni presso una struttura sanitaria privata. Ha un contratto a tempo indeterminato, turni impegnativi e una routine lavorativa ormai ben definita. Negli ultimi tempi, però, qualcosa è cambiato: sempre più spesso riceve richieste per prestazioni extra, come assistenza domiciliare, collaborazioni occasionali e servizi professionali da svolgere al di fuori dell’orario di lavoro.
È in questo contesto che Mario inizia a porsi una domanda che accomuna molti professionisti sanitari: aprire la partita IVA può essere la scelta giusta?
Non per “pagare meno tasse”, come spesso si sente dire, ma per lavorare in regola, evitare errori e capire se, dal punto di vista economico e organizzativo, l’operazione sia davvero sostenibile. Per questo decide di rivolgersi al nostro studio, con l’idea – corretta – che una decisione di questo tipo vada presa prima con i numeri e con le regole, e solo dopo con l’entusiasmo.
La prima domanda che Mario ci pone è diretta e molto concreta: può aprire la partita IVA anche se è un lavoratore dipendente? La risposta, in linea generale, è sì. Un infermiere dipendente può aprire partita IVA. Tuttavia, come spesso accade in ambito fiscale e lavoristico, il punto non è tanto la possibilità astratta quanto le condizioni concrete.
La prima cosa che analizziamo con Mario, infatti, non è il regime fiscale ma il suo contratto di lavoro. È lì che si annidano le prime vere criticità. Occorre verificare se esistono clausole di divieto di concorrenza, se l’attività che intende svolgere come libero professionista potrebbe essere considerata in concorrenza diretta con quella del datore di lavoro e se siano previsti obblighi di comunicazione o di autorizzazione preventiva. Nella maggior parte dei casi non emergono divieti assoluti, ma ogni contratto va letto con attenzione, perché aprire una partita IVA violando un obbligo contrattuale può portare a conseguenze ben più serie di un semplice problema fiscale.
Chiarito l’aspetto contrattuale, il passo successivo è inevitabilmente quello fiscale. Per Mario il nodo centrale è il reddito da lavoro dipendente. La normativa prevede infatti che, per poter accedere al regime forfettario, il reddito da lavoro dipendente non debba superare i 35.000 euro lordi annui. Si tratta di una soglia decisiva: al di sotto di questo limite il forfettario resta accessibile, al di sopra diventa automaticamente precluso.
Nel caso di Mario, il reddito rientra nella soglia. Ottima notizia, ma non ancora sufficiente per trarre conclusioni definitive. A questo punto emerge infatti uno degli equivoci più diffusi tra gli infermieri e, più in generale, tra i professionisti sanitari: l’idea che l’apertura della partita IVA in forfettario comporti automaticamente l’applicazione dell’aliquota agevolata al 5%.
Qui è necessario fare subito chiarezza. Nel caso di Mario, che già lavora come infermiere dipendente e che svolgerebbe la stessa attività come libero professionista, il regime forfettario start-up al 5% non è applicabile. La normativa esclude infatti l’aliquota agevolata quando l’attività autonoma rappresenta, di fatto, la prosecuzione di quella svolta in precedenza come lavoratore dipendente. Questo non significa che Mario non possa accedere al forfettario, ma significa che dovrà applicare l’aliquota ordinaria del 15%, con tutte le regole proprie del regime.
Meglio saperlo prima, piuttosto che scoprirlo dopo aver già aperto la partita IVA con aspettative non realistiche.
C’è poi un altro tema che molti sottovalutano, e che invece ha un impatto decisivo sulla sostenibilità economica dell’operazione: i contributi previdenziali. Non è raro che gli infermieri ci dicano di pensare che, pagando già i contributi come dipendenti, l’attività in partita IVA non comporti ulteriori obblighi contributivi. In realtà non è così.
Come libero professionista, l’infermiere non versa i contributi all’INPS, ma all’ENPAPI, l’Ente Nazionale di Previdenza e Assistenza della Professione Infermieristica. Questo comporta una contribuzione obbligatoria, con percentuali che devono essere valutate con attenzione e che incidono direttamente sul reddito netto finale. È un aspetto che va calcolato prima, con precisione, e non improvvisato dopo.
Dopo aver analizzato il contratto di lavoro, il regime fiscale, i contributi previdenziali e i limiti normativi, arriviamo sempre alla domanda più importante, quella che fa davvero la differenza: ha senso, per Mario, aprire la partita IVA?
La risposta non è mai automatica. Dipende dal volume di prestazioni che prevede di svolgere, dai compensi realistici che può ottenere, dal tempo effettivamente disponibile, dal carico fiscale complessivo e, non ultimo, dagli obiettivi personali e professionali. Aprire partita IVA non è un obbligo morale, né un passaggio inevitabile. È una scelta imprenditoriale a tutti gli effetti, anche quando si parla di professioni sanitarie.
Nel caso di Mario, l’analisi porta a un risultato chiaro. L’apertura della partita IVA è possibile, il regime forfettario è accessibile con l’aliquota corretta del 15%, i contributi ENPAPI vengono stimati in anticipo e non emergono violazioni contrattuali. Mario esce dalla consulenza con numeri chiari, aspettative realistiche e, soprattutto, una decisione consapevole.
Ed è esattamente questo l’obiettivo del nostro lavoro.
Se anche tu sei un infermiere o un professionista sanitario, lavori come dipendente, ricevi richieste di prestazioni extra e hai dubbi su forfettario, contributi, limiti e reale convenienza, il consiglio è sempre lo stesso: fermati un attimo prima di aprire la partita IVA e analizza il tuo caso specifico.
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Perché aprire una partita IVA è facile.
Aprirla bene e con cognizione di causa, è tutta un’altra storia.