Il paradosso fiscale: quando l’IVA torna a bussare… post mortem

Se pensavi che con la morte finissero anche i problemi fiscali, dovrai ricrederti. In un’Italia dove la burocrazia è talvolta più creativa della narrativa fantasy, ecco che arriva una risposta dell’Agenzia delle Entrate che chiarisce — si fa per dire — cosa devono fare gli eredi di un professionista deceduto che incassano un vecchio compenso professionale.

Il protagonista di questa vicenda è il figlio di un professionista scomparso nel 2011, il quale ha ricevuto — tredici anni dopo — un pagamento per una prestazione svolta dal padre. Sembra il preludio a una storia semplice, ma si trasforma in un incubo a base di partita IVA, fatture e normative cambiate nel frattempo.

Il caso concreto: tra promesse e cambi di rotta

Il professionista deceduto aveva già chiuso la sua partita IVA. Anni dopo, il figlio, in qualità di erede, riceve dalla curatela fallimentare della società committente (nel frattempo fallita) il pagamento per una prestazione resa dal padre. Inizialmente, la curatela propone di emettere un’autofattura e versare direttamente l’IVA.

Tuttavia, una recente modifica normativa (D.lgs. 87/2024) vieta questa soluzione. La responsabilità passa così all’erede, al quale viene chiesto di riaprire una partita IVA e di emettere fattura in nome del defunto. Il tutto per incassare l’IVA su un compenso che, magari, è pure modesto.

Obblighi IVA post mortem: il quadro normativo

L’Agenzia delle Entrate ribadisce un concetto chiave: la cessazione dell’attività professionale non si considera completa finché non sono concluse tutte le operazioni attive e passive, compresi i crediti incassabili. Se la prestazione è stata resa ma non ancora incassata, l’attività è formalmente ancora in essere.

In caso di decesso, gli obblighi IVA passano agli eredi, che devono riattivare la partita IVA del defunto per emettere la fattura relativa alla prestazione e versare l’imposta. La fattura non viene emessa a nome proprio, ma in nome e per conto del defunto.

Il cortocircuito tra norme e buonsenso

Chiedere a un erede di riaprire una partita IVA per emettere una sola fattura è, nei fatti, un’assurdità. Questo procedimento richiede registrazioni, scelta del regime fiscale, fatturazione elettronica, versamento dell’IVA e spesso anche la consulenza di un commercialista. In molti casi, il costo per assolvere a questi obblighi supera l’importo dell’IVA da versare.

Il risultato? Gli eredi potrebbero decidere di non fare nulla. E lo Stato, per incassare pochi euro, si ritrova a dover avviare un procedimento sanzionatorio con costi ben maggiori.

L’onere sproporzionato e le conseguenze pratiche

La burocrazia ha un costo. Aprire una partita IVA per emettere una sola fattura, per una prestazione non propria ma di un familiare defunto, rappresenta un onere sproporzionato. Il fisco ottiene un modesto incasso al prezzo di una notevole complessità amministrativa.

Il rischio è che sempre più persone scelgano l’inerzia: non per malafede, ma perché semplicemente non ne vale la pena. E così, per incassare qualche centinaio di euro, lo Stato deve affrontare l’intero iter sanzionatorio e di recupero.

La complessità del fisco non si ferma neppure con la morte

Questo caso è emblematico: la complessità del nostro sistema fiscale si estende fino a colpire anche chi eredita. Il cittadino medio si trova costretto a gestire un adempimento che, nella sostanza, serve solo a formalizzare una prestazione già eseguita anni prima.

Invece di semplificare, le nuove norme sembrano rendere tutto più macchinoso. E chi ne paga il prezzo sono i contribuenti, che si trovano a dover scegliere se rispettare un obbligo irragionevole o rischiare la sanzione.

In conclusione: è il momento di rivedere queste regole

Chiedere a un erede di gestire un adempimento fiscale così complesso e antieconomico non è sostenibile. Il sistema dovrebbe incentivare la regolarizzazione spontanea, non renderla un percorso a ostacoli.

Il rischio è che lo Stato, per eccesso di burocrazia, finisca per non incassare nulla. E tutto questo può accadere mentre si pretende il massimo rigore da chi si trova in una situazione già di per sé delicata.